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Tigri, il WWF alla CITES: gli allevamenti commerciali minacciano la specie

Tigre che cammina nell'erba secca di un parco nazionale indiano

Gli allevamenti commerciali di tigri continuano a minacciare la ripresa della specie in natura. È l'allarme lanciato dal WWF e da una coalizione di organizzazioni per la conservazione in occasione dell'81ª riunione del Comitato permanente della CITES, la Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate, in corso a Ginevra dal 2 al 6 novembre 2026. Al centro della denuncia ci sono i dati scarsi forniti dai governi sulle tigri in cattività.

Più tigri in natura, ma la specie resta a rischio

Nel 2010 le tigri selvatiche nel mondo erano scese a circa 3.200. Secondo una stima del Global Tiger Forum del luglio 2025 oggi sono circa 5.711: una ripresa importante, ma la tigre resta una specie minacciata nella Lista Rossa dell'IUCN.

Secondo la coalizione, l'allevamento e il commercio di tigri in cattività rischiano di vanificare questi progressi. Gli allevamenti commerciali danno un'apparenza di legalità agli acquisti, alimentano la domanda di pelli e derivati e rendono più redditizio il bracconaggio.

Solo sei Paesi hanno presentato i dati

Quasi vent'anni fa i Paesi della CITES si erano impegnati a vietare la riproduzione delle tigri a scopi commerciali. Oggi però i controlli restano insufficienti: solo sei Paesi, cioè Cina, Messico, Slovacchia, Thailandia, Stati Uniti e Vietnam, hanno inviato rapporti sul monitoraggio degli allevamenti, e nessuno con dati completi come il numero di strutture o di animali detenuti. Sudafrica, Laos e Myanmar non hanno presentato i dati richiesti.

Il WWF chiede al Comitato misure vincolanti: rapporti completi da tutti i Paesi con tigri in cattività, la pubblicazione dei registri di nascite, morti e trasferimenti, criteri chiari per distinguere i veri programmi di conservazione dalle strutture commerciali, fondi per verifiche indipendenti e la chiusura programmata degli allevamenti intensivi.

Il ruolo dell'Italia

La questione riguarda anche il nostro Paese. Secondo Gianluca Catullo, responsabile specie e habitat del WWF Italia, porti e aeroporti italiani sono spesso luoghi di transito o di destinazione di pelli e altri prodotti derivati dalla tigre, e in Italia esistono strutture che fanno riprodurre e vendono tigri per scopi non legati alla conservazione.

Fonti WWF Italia · Askanews · EIA

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